lunedì 30 gennaio 2017

la dirimpettaia #4


non ha alcun timore dell'inverno la dirimpettaia. né della pioggia, né della luce spenta in balcone. si muove come se fosse di nuovo maggio, come se l'aria rigida fosse quella di una breve tramontana, che una volta cessata riporti la quiete dell'aria appena tiepida.
 
nessuna delle sue abitudini è cambiata. le finestre sono sempre aperte, i panni lasciati fuori a volare, la cucina ogni sera risuona di una sinfonia di posate su pentole, che rallegra il quartiere. nessuna delle sue abitudini è cambiata, mentre io dietro alla siepe cerco riparo dalle sere ancora severe e piuttosto allungate.
 
è bella la dirimpettaia. è alta, robusta, mora. vorrei saltare sul suo balcone, per affondarle un dito dentro e rigirarlo ripetutamente in quella sua sostanza fiera. è la regina dei balconi, la mia dirimpettaia.

farò anch'io come lei, come se fosse di nuovo maggio. come se gennaio e la sua morte apparente fossero solo il sipario, dietro al quale la luce e il buio si stanno amando e si stanno regalando minuti di tempo.
 
- bi
 
[illustrazione christian schloe]
 

martedì 22 novembre 2016

lo chiamavano zengaritto


lo chiamavano zengaritto, ma io non l’ho mai conosciuto. perché aveva la pelle olivastra, dicevano, come uno zingaro, e pure perché era un commerciante assai scaltro. non un millantatore, non era questo, era uno che sapeva farci con le persone, perché vendeva il suo viso magro e la propria credibilità prima di ogni cosa.

ai mercati generali di roma lo conoscevano tutti. ecco il venditore di carne di pecora! dicevano. e la compravano a parole, senza che lui ne portasse lì in mostra neanche un pezzo. gliela sapeva raccontare e sapeva narrare le storie delle sue pecore. mangiano bene, dimorano in una casa di tre piani e pascolano erba felice. così diceva. e loro compravano quelle sue parole piene di storie. vendeva le loro carni ancora vive, dopo averne selezionato, contato, nutrito, accudito ogni piccolo angolo.

un giorno un giovane pastore del suo paese andò in un grossa fiera in puglia, per comprare pecore. era grande la puglia, stretta e lunga, non aveva le montagne abruzzesi ed era lontana e sconosciuta. questi si ritrovò a contrattare per un gregge, ma il pugliese voleva parecchi soldi. da dove vieni? gli chiese il pugliese. dall’abruzzo, rispose il pastore. un mio paesano, paolo, viene qui ogni tanto a comprare le pecore, ma queste sono troppe per me. chi è paolo? gli chiese il pugliese. è zengaritto, gli rispose. zengaritto, hai detto? allora prendile tutte, me le pagherai quando avrai i soldi. gli facevano credito tutti, perché pagava tutto con gli interessi e con ampie strette di mani. e facevano credito pure agli amici suoi, soltanto perché li mandava zengaritto.

non fece una vita soltanto felice, alle volte si ritrovò solo, altre volte aiutava le famiglie del paese con quel poco che aveva. eppure assicurò una casa e molti momenti di gioia alla sua famiglia allargata. chi lo racconta ancora oggi sorride. era bello zengaritto, poco slanciato, magro, fiero e con gli occhi scuri pieni di cuore.

zengaritto morì il ventisei aprile del millenovecentocinquantatré di cancro all’esofago. sorrise anche quel giorno, in cima al letto della prima stanza a sinistra del pian terreno. lasciò sua moglie piena di silenzio e di figli da campare, ma forte, sicura di sé e grande guerriera. lasciò mia madre, a nove anni, troppo presto senza suo padre.

- bi


[ph. francis picabia "couronne de melancolie"]

martedì 20 settembre 2016

il bagno da uomini


altre volte era accaduto, che io entrassi in quel bagno e il tempo sembrasse rimasto immobile ad allora. un bagno da uomini, stretto e rettangolare, blu e bianco, con una finestra piccola e vicina al soffitto. per anni mi chiesi dove s’affacciasse e la risposta sembrava restare ogni volta un mistero: doveva essere proprio una finestra aperta su un segreto.

mi siedo. la tavoletta è fredda come se fosse natale e le voci degli altri giungono ovattate. non ho bisogno di fare presto quando sono lì, il tempo non incalza ed è clemente. il tempo lì mi aspetta sempre. il tempo lì tace e ascolta.

sulla sinistra c’è un ripiano maiolicato, una nicchia, in realtà, che è poi la nicchia di sempre. ci sono i suoi occhiali neri con le lenti profonde, riposti dentro alla custodia di pelle marrone. la montatura è spessa e la vedo ancora poggiata sul suo viso magro e pieno della sua pungente ironia. proprio lì di fianco ci sono i suoi cruciverba, ancora da terminare. l’ho detto, il tempo lì non fa domande, non si sposta col suo ticchettio incalzante e attende che tutto si risolva con la calma.

è dei primi anni del duemila, la rivista con i cruciverba, e mantiene stretta tra le pagine ancora bianche e fresche una penna nera. che disagio le penne nere, che penne da uomini, che penne crudeli! penso, mentre la afferro, desiderosa di continuare quell’opera incompiuta.

incastro parole difficili, altre più semplici, e gli chiedo: sei dunque soddisfatto? nonostante gli anni scorrano via, il bagno è rimasto come lo hai lasciato tu. il freddo sotto alle natiche non è cambiato affatto, il blu delle maioliche non è sbiadito, la finestra è ancora alta e nasconde gelosamente il suo panorama indicibile, la nicchia mantiene ancora i tuoi segreti. le parole, solo quelle posso aggiungere, per continuare una narrazione silenziosa, che non abbiamo dimenticato, qui dentro, nel tuo bagno, dove tu ci sei ancora in questa quiete.

a zio b.
 
- bi
 
 
[da "nostalghia" di andrei tarkowski]
 
 

mercoledì 15 giugno 2016

come se fosse ogni volta la prima


siamo intorno al tavolo e inevitabilmente, come accade in ogni cena, ci raccontiamo di quando eravamo bambini. di quando loro facevano alla lotta, che continuano a fare oggi, pure se hanno cinquant'anni e si sgretolano ogni volta millimetri quadrati di ossa. alla lotta, dicevo, e ad un tratto entravo in camera io, vispa e imbronciata, e loro smettevano e prendevano il mio corpo esile e cominciavano a farlo volare da una parte all'altra ed erano tutte risate e sottili grida e ancora risate e loro non si stancavano e io non mi impaurivo.

e di quando mi tappavano le narici, prima ch'io potessi riempirmi d'aria, e per brevi secondi di puro sadismo mi impedivano di respirare e poi finalmente stappavano le narici e io riprendevo la corsa affannata alla vita, che entra nel naso e gira vorticosamente dentro, in fondo, e sbuffa dalla bocca. e di quando volevo il gelato panna e cioccolato e l'attesa era tutta un'emozione e sorridevo parecchio e il cono alla fine sembrava sempre troppo piccolo e mi ritornava il solito broncio e quel giorno, sullo sfondo dei miei capricci, zio prese il cono panna e cioccolato e me lo appiccicò sul naso e sulla bocca e mi azzittì all'istante. e di quando a natale arrivai con un bambolotto che avrebbe fatto pipì, se gli avessi dato da bere acqua con quel suo biberon, e loro anziché l'acqua ci misero l'olio, sì, proprio l'olio extra vergine della cucina di zia e il bambolotto fece subito pipì e si macchiò per sempre la tuta beige che diventò, proprio lì, color nocciola scuro. 

e di quando, ormai grandi, ci vediamo sempre poco, ché viviamo lontani e abbiamo le nostre vite un po' segmentate in differenti dove e allora incontrarci diventa un'impresa quasi epica. ma poi non appena ci vediamo il tempo sembra non averci mai separato e torniamo subito lì nella cameretta di sempre e siamo di nuovo bambini e sempre molto più che cugini, fratelli, sì, ché abbiamo condiviso le nostre madri e i nostri padri molte volte.

i compleanni servono anche a questo: a farci stare una sera seduti a tavola a raccontarci, instancabilmente, sempre le stesse cose e ad ascoltarle con quello stesso stupore, che ride da sé, come se fosse ogni volta la prima.

- bi


[illustrazione di lisa evans]


martedì 31 maggio 2016

nel nome del padre


mio padre è uno di poche parole e di grandi sospiri. le parole gli pesano in bocca e d'improvviso esplodono. è un essere delicato, di una grazia senza tempo, ineguagliabile, inattaccabile, amabile.
ha sempre parlato con i versi del suo violino, che regna ancora lucido in cima al mobile in cui continua a riporre tutti i suoi segreti. spolverare quel violino ha sempre una sacralità senza tempo, ripiena di preghiere senza voce. è un violino rigato di gesti. i suoi, i nostri.
la voce di mio padre suona. le sue lunghe dita suonano. i suoi occhi verde prato invernale suonano. le sue gambe fragili suonano.
 
(intesi?)

le sue parole sono note. io con le mani rompo tutto e con le parole riaggiusto più o meno ogni cosa. lui con le parole si rompe la lingua, ma con la sua musica fa volare le catene montuose.

- bi



[ph. albarrán cabrera]

mercoledì 27 aprile 2016

odio gli amaretti


non far morire il tuo sguardo sul marciapiede, avrei voluto dirle. alzali, quegli occhi spenti, facci entrare un po’ della luce del sole.

con luisa frequentavamo la stessa classe alle medie. non lo stesso banco, ma poco importava, perché io mi spostavo in continuazione, tranne durante le spiegazioni. mentre interrogavano sì, mi mettevo più avanti possibile, cosicché, se fosse servito un suggerimento, lo avrei potuto lanciare.

luisa no, restava sempre accanto alla sua compagna di banco, lì vicina, al sicuro dai discorsi. era riservata e le brillavano gli occhi scuri e quei riccioli sottili, pure, splendevano di carnalità. le sfioravano appena le spalle ed erano sempre ventosi: bastava un alito per farli dondolare al ritmo dell’aria.

ieri l’altro sembrava invece una mina vagante senza innesco. ti sei forse smarrita? avrei voluto chiederle. procedeva con passi incerti, uno sconnesso dall’altro, come se le gambe appartenessero a due corpi diversi. ciao, luisa! le ho detto, incrociandola. e l’ho fatta saltare, come se l’avessi destata da un sonno profondo del primo mattino. sembri in attesa della tua vita da qualcun altro, avrei voluto sussurrarle nell’orecchio nascosto da pochi riccioli cadenti.

questo luogo fatto di mille occhi mi osserva sfacciato, sembrava volermi dire con quel suo ciao appena accennato. non che non avesse piacere di avermi incontrato, non era quello. avevo come la sensazione che non avesse più con sé una madre che la facesse sfebbrare e le rasserenasse la fronte bollente. silente, prudente e troppo sensibile, così la ricordo, con meno rughe ai bordi del viso ed una pelle più accesa.

ne vuoi uno? le ho detto. odio gli amaretti, mi ha risposto, lasciandomi, muta, sul ciglio della strada affollata.
 
- bi
 
 
[ph. michaela meadow]
 

mercoledì 30 marzo 2016

la dirimpettaia #3


la figlia della dirimpettaia fa la ruota lungo l'asse della porta finestra. dev'essere felice, perché ne fa a ripetizione, senza stanchezza e con profonda leggerezza. poi si alza, inneggia con le mani verso il soffitto, come ad indicare uno ad uno i pianeti lontani. non riesco a sentire se ci sia la musica, ma sua figlia è musicale già solo ad osservarla.

io ero felice, a fare le ruote. una sull'altra, alcune diritte, altre tagliate, affilate finché ci fosse spazio. poi arrivavo a sentire una lieve fitta all'inguine e pensavo a quanto fossero ben fatti tutti quei cerchi concentrici, che andavano a spegnersi sul pavimento di marmo, uno ad uno, come disegnati con un compasso.

oggi il sole è forte, la luce è calda, la primavera insiste. rientro. il profumo del cedro sta scaldando la mia stanza, condita dai fiori che ho comprato oggi. freschi. nuovi. alti. gialli.
 
- bi

[ph. thanh-tung nguyen]

lunedì 29 febbraio 2016

la dirimpettaia #2


erano lacrime quelle che si spostò dalla guancia la dirimpettaia. restò immobile nel balcone, mentre la sua casa era illuminata dalle luci artificiali della sera. il vento era forte e spostava in fretta una pioggia collerica.
si intrattenne a lungo nel buio delle sue piante basse e portò più volte la punta delle dita negli occhi. li strofinò, poi si raggomitolò nuovamente attorno ai pensieri suoi. qualcuno aveva alzato la voce poco prima in casa sua e quel rimbombo innaturale la scosse, andando a risuonare nei coni delle orecchie e terminando nei vicoli scuri della pancia.
dovrebbe imparare a fare la voce piena, pensai, perché quando uno grida si dovrebbe andare due toni e un diesis più su, per difendersi le pareti del costato, anziché restare in silenzio e piovere dolore dagli iridi.
pianse senza voce, pianse con le mani sul viso. si disegnò delle parabole invisibili sulle guance e si schiarì, senza saperlo, la pelle. forse è sempre una sconfitta per il cielo una persona che lacrima o forse sono nutrimento per l'aria tiepida quei suoi umori trasparenti, che scivolano sottili verso la terra.
quella sera portai una mano dietro alle foglie del ficus del mio balcone, diritta verso la sua ringhiera, ma lei non poté scorgere quel mio goffo tentativo di raggiungerla. avrei voluto che l'avesse afferrata e se la fosse portata tra i suoi ricci corti e neri.
c'è vita che nasce, avrei voluto dirle, tra i tuoi capelli: stanno nascendo giovani castagne tra i tuoi ricci... non aver paura.

- bi

['sweet nightmares' by ania tomicka]

venerdì 15 gennaio 2016

la dirimpettaia #1


ha già da giorni liberato le lucine dal terrazzo e le ha fatte volare via, lontano, verso il freddo. al loro posto ha piantato dei panni molto scuri e stesi a testa in giù; hanno già il sangue al cervello ed il viso rosso fuoco.

i giorni di festa sono tramontati e siamo nuovamente noi: io e lei, io e la dirimpettaia. ci separa un debole freddo invernale, che soffia verticale a bassa voce; ci divide la siepe, eppure, seduta a terra a gambe incrociate, io riesco ad osservarla ugualmente. è sempre piena di andirivieni: esce, riordina, entra, accende un'altra luce, prende cose, fuoriesce di nuovo a mani piene e si china in un angolo del suo balcone. io resto ferma. non ho forze, ho terminato la mia giornata e mi godo il silenzio buio fuori. accarezzo le foglie del ficus, le sento tremare dal freddo e le scaldo con il pollice e l’indice, che si sfiorano più volte e creano dei vortici invisibili.

si accende una sigaretta e si chiude la finestra alle spalle. tira le prime due boccate e posa gli avambracci sulla ringhiera. mi sta guardando ora, lo sento, ed io continuo ad osservare lei. siamo le amiche del balcone, che nulla sanno l'una dell'altra, se non che la mia luce è già spenta ed il mio sonno è già energico, mentre lei continua a disegnare con i piedi alternati milioni di traiettorie dal suo dentro al suo fuori.
 
- bi

 
auguri, radicamenti!
auguri alla pioggia che ti ha creato, al vento di gennaio che ha mosso in te parole e pensieri. auguri alle storie, che vogliono essere raccontate. auguri alle poesie, che guardano le soglie.
auguri per i tuoi primi quattro anni.

 
 
[amanda clark]
 
 
 

 

martedì 15 dicembre 2015

meno figlia unica


ogni sera io e clara ci coricavamo prima della mezzanotte. ero ancora figlia unica e quello era per me il momento più intenso della giornata. lo aspettavo per tutto il giorno, mentre al mattino uscivo per andare alla bottega della signora elle, a riempirmi le narici dell'odore del pane e della pizza; mentre correvo nei vicoli e tornavo a casa appiccicata di aria e con i piedi tinti di sfumature di nocciola; e a merenda, quando mangiavo una fetta di pane con sopra un dito di crema al cioccolato e clara era fuori, a studiare.  

sembrava che non tornasse mai, che fosse così impegnata da non riuscire a far parte dei miei giochi. avrei preferito mezza fetta di pane e cioccolato, ma clara lì con me a raccontarmi le sue storie da grande. poi arrivava la sera e cenavamo tutti insieme nel salone con la tivù accesa su giallo sera. arrivava poi l'immancabile necessità di andare in bagno, su, al piano di sopra. sopra alle scale buie e alle finestre aperte sulla collina nera. il tempo di accendere le luci delle scale, correre in bagno e riscendere col fiatone e la paura delle ombre nere dietro.   

il mio piccolo letto pieghevole era attaccato al letto di legno di clara, appena prima della libreria e della finestra. era il nostro momento delle confessioni, quello, del resoconto delle giornate, del significato da dare alle cose, che lei abilmente e con saggezza mi insegnava, e pure il momento delle preghiere. allora lei si inginocchiava in cima al letto, chiudeva il petto sulle ginocchia, poggiava i gomiti e lasciava le braccia a giacere sul cuscino. io la osservavo con curiosità, pronta ad infilarmi nella sua stessa bizzarra posizione. io avrei preferito restare a guardare il soffitto, immaginarci il cielo e gli angeli fermi in ascolto, ma avevo paura di dispiacerle. pregavamo insieme io e clara e poi spegnevamo la luce, per continuare a parlare e ad immaginarci le cose.  

mi sentivo meno figlia unica, meno impaurita, meno sola, appena un po' meno solitaria.
 
- bi
 
[svetlana bekyarova]
 

venerdì 13 novembre 2015

il giorno in cui decise di sbattere


una volta nonna a. colpì il bordo del letto con il lato della gamba sinistra. veniva a stare da noi da fine novembre fino a tutto marzo, poiché in casa sua l'inverno si svolgeva anche dentro ed il camino non le era più sufficiente. in casa nostra i termosifoni pompavano a lungo il calore e nonna si ritrovava sempre umida e andava asciugandosi di continuo il viso arrossato con un fazzoletto bianco e rosa, che tirava fuori dal fondo delle sue immense tette. e sbuffava.

il giorno in cui decise di sbattere, fece un grido sommesso di dolore, mentre il sangue le usciva a fiotti. tirò su moltissima aria, con la bocca chiusa a lettera 'u', senza riuscire a dir nulla, se non lamenti soffocati dal bisogno di ossigeno. ossigeno per la testa, che girava vorticosamente; ossigeno per gli occhi, che si stavano appannando; ossigeno per il cuore, che sbatteva impazzito nel suo petto pieno. nella mia camera ci si sapeva girare bene, ma il bordo di legno massiccio nessuno lo aveva calcolato e le sue gambe gonfie e fragili nemmeno. gonfie, scure, appesantite dalla vita da vedova e piena di figli, gambe che ad un tratto sembravano aver deciso di smettere di stancarsi. la ferita era enorme e sputava un sangue rosso pieno di buio. ricordo tanto di quel sangue, da essermi preoccupata tanto per lei, così tanto da piangerne in segreto. era una botta poco sotto il polpaccio, nel lato; proprio lì, accanto alla vena già gonfia.

ogni volta che mi capita di colpire forte la gamba nel bordo del letto, lei è lì con me. lei, nonna. mi rendo conto che non era poi così alta come mi ricordassi, perché la botta la prendiamo nello stesso punto, ma lei, allora, mi sembrava gigante, alta.
altissima.
enorme.
bellissima.
fortissima.
(dolcissima).

- bi
 

[nicoletta ceccoli]
 
 
"quando un pensiero ti domina lo ritrovi espresso dappertutto, lo annusi perfino nel vento."
thomas mann

giovedì 15 ottobre 2015

zero virgola cinque


“non essere in collera con la pioggia;
semplicemente non sa come cadere verso l’alto.”
vladimir nabokov


se dovessi raccontarti l’autunno, dovrei cominciare dalla pelle che si è schiarita e assottigliata. se ci passassi l’indice – vedi? – sentiresti le mie ossa forti e lucide. e la tenerezza del sangue. i fiori si sono seccati, i frutti sono morti. i capelli si sono sciupati, le unghie si sono indebolite. il calore mi ha spinto di fronte a quella porta – quella lì – e l’ha spalancata e mi ha scaraventato con la faccia sul pavimento freddo. e il caldo e il freddo mi hanno sfregiato. gli occhi mi bruciano, la bocca va a fuoco, il petto sanguina, i miei fianchi sono feriti. vuoi sentire? metti il dito: qui, a destra – qui. infilalo e premi. toccala: è l’onestà della ferita, che ancora si sta svuotando.

se dovessi raccontarti l’autunno, dovrei dirti dell’uno. dell’intero. dell’unità. del tre meno due. del primo tra tutti. del primo numero primo. dovrei fare l’una e lasciarmi una sola con la pioggia, a lacrimare fino a perdere l’ultima delle foglie dalle palpebre e restare seduta di fronte a questo senso transitorio di felicità. dovrei fare l’una e lasciarmi abbracciare dalla lana e fare che il vento mi lecchi il collo e mai resistere – anzi lasciare. dovrei fare l’una e vagare a piedi, andando a recuperare i miei frammenti, sparsi per il tempo e per lo spazio. dovrei fare l’una e costruire le mie verità, slegare la colpa e l’abbandono, lo stordimento e la cecità. intanto sono zero virgola cinque.

– bi


[ph. francesca woodman]
[ph. francesca woodman]

giovedì 3 settembre 2015

parzialmente nuvolosa


ho bisogno di farti una rivelazione. ascoltami, solo per la missione che pure il letto del fiume svolge per l’acqua: farla scorrere. fammi scorrere, dunque. nulla è successo, eppure tutto accade e si mostra come un disegno d’olio su tela, senza acrilico.
per quanto è vero che io sono io, questa mattina mi sono svegliata e non ero sola. non ero sola, ti dico. ai piedi della coperta di cotone una figura buia se ne stava eretta in tutto il suo crepuscolo. una timida luce fioca proveniva dalle persiane, ma il buio, il buio era il colore suo. magari era la medesima donna della sera prima. ieri sera, sì, quando mi sono coricata e, spenta la luce, ho pregato velocemente al cielo, solo immaginato, e mi sono lasciata sprofondare, ma solo dopo averla udita singhiozzare. era come se avesse la bocca tappata, cucita con le croci sulle labbra, mentre un pianto dimesso di dolore insudiciato suonava dalle sue narici.

pensi davvero che i pensieri siano solo tuoi? della tua testa, dico, credi che risuonino solo nella tua? davvero sei certa che, ogni volta in cui pensi a tuo marito morto, sia solo tu a visualizzare quelle immagini della tua mente?
ti dirò del vero: tutto il mondo si rimette ad ascoltare i tuoi pensieri e, se piangi, hai una responsabilità, poiché esso piange accanto a te. ricorda, dunque: piangi solo all’ora dei pasti, quando tutti sono distratti dalle loro pance da riempire con foga, intesi? altrimenti il prezzo da pagare sarà il pianto eterno di chi ha tempo e orecchio di ascoltarti. quando piove sulle lacrime, piove due volte, perciò piangi sotto alla luce del sole o sotto alla discrezione dei lampioni della sera.

avresti voluto capire, ma c’era il sole. non è tua la colpa, è solo che ti ostini a riparare gli occhi dagli abbagli di mezzogiorno con il centrino bianco ricamato, che ti ho intessuto per natale. così facendo, prima o dopo ogni sonno, breve o lungo o sempiterno, qualcuno piangerà per le parole che ti metti in testa, o ne gioirà, perché nulla è solo tuo o solo mio, ma tutto è di tutti e ovunque.
fa’ così: sii parzialmente nuvolosa. ogni giorno, in ogni circostanza, fa’ che le nubi avvolgano i tuoi luoghi in fondo all’addome e la pioggia dirompa, quando qualcuno voglia minacciarli. non lasciarti entrare, non troppo, lascia che il sereno resti sereno variabile.

scusami, io sono molto stanca. ho appena posato la mia testa sul pollice fragile della mano sinistra. ho sentito battere forte subito sotto alla mascella, dove si basano i denti inferiori. batte, batte forte un secondo cuore, lo sento. sono viva, ti dico! sono viva! ancora una volta. tu vai pure. io siederò qui, con lo sguardo vigile ma nascosto, ad aspettare l’arrivo della tramontana.
 
- bi


[edward robert hughes]
 


 

 "per quanto mi riguarda, nulla so con certezza. ma la vista delle stelle mi fa sognare."
vincent van gogh

martedì 21 luglio 2015

marciapiede di stelle


dovremmo avere tutti delle sedie da mettere fuori alla porta di casa ogni sera e godere del calare del sole.

era così che si faceva con mia nonna. cenavamo presto, per liberare subito la tavola e lavare i piatti. poi ero io ad apparecchiare il marciapiede, che era marciapiede - sì - ma senza esserlo alla maniera cittadina. era un luogo ristretto appena fuori alla porta, che raccoglieva in cerchio le storie della giornata.

sistemate le sedie, quelle un po' precarie con la seduta in paglia, usciva nonna e, dopo pochi istanti, giungeva la signora lidia, piena dell'odore della sua casa. aveva lasciato a casa il suo ciccillo, davanti alla tivù, perché lì fuori - fuori casa di nonna - era una roba per donne. poi era la volta della signora letizia, che arrivava lentamente con il suo chignon color rame sempre ben raccolto e pettinato. al seguito la signora irma ed i suoi capelli argentati, un fiume di parole contornato da due sopracciglia folte a forma di ali potenti.

erano fortissime e raccontavano storie straordinarie. in verità io non riuscivo a restare proprio ferma e andavo e venivo e correvo e tornavo e giravo intorno alle sedie. loro erano i pianeti serali attorno ai quali mi piaceva gravitare, sentendomi sempre a casa, ma mai rinchiusa dentro a quattro mura, eppur protetta da un soffitto che, dal grigio-blu, si sfumava sul grigio piombo e si riempiva di stelle.

- bi
 

[grazia innocenti, il flauto magico]

 

"si sentiva molto giovane; e al tempo stesso indicibilmente vecchia. affondava come una lama nelle cose; e al tempo stesso ne rimaneva fuori, osservava. aveva l’impressione costante di essere lontana, lontanissima, in mare aperto, e sola. sempre aveva l’impressione che vivere, anche solo un giorno, fosse molto, molto pericoloso. non che si sentisse particolarmente intelligente, o straordinaria. […] l’unico talento che aveva era di riconoscere la gente come d’istinto".

virginia woolf, la signora dalloway

mercoledì 3 giugno 2015

punti di viaggio


punti
- di viaggio


mi prudono gli occhi. ci porto gli indici e li tampono dal vento. fanno sempre così, i viaggi. mi entrano dentro e mi sciolgono le pupille, ci danzano dentro, lasciano le loro impronte e riescono, riprendendo il loro cammino travestiti da lacrime.

c'era una donna china sul pavimento. stringeva tra le mani una piccola scopa fatta di rami secchi, con la quale accarezzava la sabbia sottile, riportandola alla sua purezza originale. ad un tratto alzò leggermente lo sguardo, incontrò il mio e li fece sorridere entrambi, mostrando i suoi gioiosi denti bianchi. il possesso non era la sua dimensione: lei era - e basta.

ricordo una stanza, con la sua finestra a picco sulla valle. ci si poteva sprofondare in quel folto verde, senza mai smarrirsi. ad accogliere gli occhi dispersi c'era il lago, così pieno di sé e di storie paludose. c'eravamo noi e la nostra cena sussurrata alla vetrata spalancata - e una luna appesa così colma da farci da barlume.

ripenso a quel febbraio e subito sento la neve e il suo respiro gelido nelle narici. non la vedo, eppure c'è e ci alita addosso. opacizza i rumori e lucida gli sguardi, rischiara i panorami e rende soffici gli orizzonti. era un inverno diverso, quello, freddo - sì - ma mai glaciale. era una sottrazione, eppure era un inverno rimasto fuori. bussava, s'affacciava ed io gli sorridevo, mentre dentro sentivo mille timide primavere esplodere.

non è un pianto quello dagli occhi, no. sono solo poche gocce cristalline, alle prese con il loro timido cammino disabitato. non si piange quando si è in viaggio: si rilascia il superfluo.

- bi


 

[mariana palova - moon tales]

mercoledì 6 maggio 2015

invece lei


invece a lei, quando fa le sorprese, ridono gli occhi e la bocca si sbilancia subito in avanti. è la voglia di dirlo a voce alta, subito, che vince sulla sorpresa del poi. il suo compito è prendersi cura del mondo, lasciando in disparte il suo corpo, che pure è sempre bello, in armonia con le piante ed i fiori e in equilibrio coi boschi e i monti e in sintonia con gli andirivieni del mare.

invece lei è un ciclamino. annega se l'acqua è troppa, si piega verso terra quando è poca, è leggera e lucida, avvolgente come una maglia di lana pura color grano, fragile come il fiore appena sboccia, coraggiosa dentro e nata per durare.

invece la forma della sua cura è dedicare ricette, fare felici gli altri, accarezzando le loro gole. è lasciarmi al mattino il cartellino del tè, in cui c'è una frase in inglese sulla vita. è la frase di oggi, mi dice, me la leggi? è restare in silenzio, se è il silenzio quello che uno vuole. è andare oltre. è sistemare il bordo delle lenzuola sotto al materasso. è ascoltare fronti con il palmo della mano. è sciogliersi dentro ad un abbraccio. è scomparire dentro alla stretta troppo forte di una mano. è cucire radici e rammendare ferite. è colmare le assenze. è riempire vuoti e pieni. è farsi perdonare per le mancanze. è perdonare per quel poco tornato indietro. 

invece io l'amo per la sua imperfezione ed i suoi angoli acuti. l'amo e, dicendoglielo, i nostri occhi diventano due galassie luminose. l'amo e vorrei che fosse immortale. l'amo, perché ho bevuto i suoi umori, abitato la sua placenta e dormito nelle sue acque. di meno o di più non saprei fare. 

- bi

[frida kahlo, radici]


 

martedì 14 aprile 2015

ti amo – ma tu non dire nulla


c’era il sole quel giorno. quasi un evento, visto che era febbraio inoltrato, il mese della luce corta e rigida e delle ombre allungate. il sole mette allegria, dicono, mentre noi eravamo crucciati. io avevo i pensieri distanti ed ero intenta a non tenere la fronte troppo irrigidita, per via della ruga – sì – quella che divide gli occhi in modo casuale e asimmetrico. lui camminava in silenzio e sembrava intento a centrare le mattonelle del pavimento del parco.

c’è sempre un perché ai silenzi prolungati e il verde accecante del parco distoglieva la mia attenzione da quel perché. sono importanti i perché, i perché alle volte salvano la vita. se le parole hanno un peso, la loro assenza genera un vuoto che risucchia. ecco, stavo per essere ingoiata in quel vuoto muto e spietato – senza che ancora lo sapessi.

sabato vengo a prenderti e ce ne andiamo in centro. io e te, hai voglia? facciamo quattro passi insieme, mi fai conoscere questa città.

era stato lui a cercarmi. aveva gli occhi strani, quasi spenti, o comunque poco attenti. poco attenti – sì – distratti, buttati a caso a guardare i miei. timidezza, pensai, incertezza o incapacità di amare. siamo sempre brave noi donne a fare queste analisi certosine. eppure, se solo ci fidassimo di più, scopriremmo che c’è spesso del vero nelle sensazioni subitanee, quelle in cui ancora non sai cosa sarà.

era stato pieno di passi quel sabato, ben più di quattro. passi, abbracci e braccia posate sulle spalle. e a quel sabato pensai nel mezzo di quel silenzio distaccato, ai baci che ne segnarono il trascorrere delle ore, al ritmo serrato della prima volta insieme e della timidezza di non sapersi e di volersi sapere al più presto.

un giorno mi feci coraggio e glielo dissi. io, proprio io, in preda ad un fuoco all’intestino che mi stava bloccando il bacino e le gambe… glielo dissi timidamente, a letto, girata di schiena. gli dissi ti amo. avevo la gola secca e la bocca amara. era la paura, il terrore di uscire dal guscio, che si stava impadronendo del mio corpo. restammo al buio, restammo in silenzio. lui non disse nulla, fece restare il silenzio sdraiato tra di noi e un lenzuolo nero leggero, che ci nascondeva dal soffitto. ti amo - ma tu non dire nulla. ecco, se fossi potuta tornare indietro di pochi minuti, avrei voluto dire così, per sentirmi meno sola. perché io, lì, ero sola.

non bisognerebbe mai fidarsi di chi non risponde. di chi tace davanti alla bellezza delle parole e alla purezza dei sentimenti. mai, mai fidarsi di chi dopo un ti amo non ha il coraggio di parlare.
 
- bi
 
[ph. noell oszvald]
 

martedì 24 marzo 2015

una volta ho cercato virginia

una volta la cercai sul serio. andai nei pressi della sua casa, quella che condivideva con suo marito, cartina alla mano, io sola con i miei piedi, pensieri pieni di rivoluzioni ed occhi curiosi di trovarcela davvero.

scesa dal bus, respirai subito aria di casa. tutto era esattamente come la mia immaginazione era stata in grado fino ad allora di costruirlo. tante finestre chiuse da vetri quadrettati di bianco, case fatte di mattoncini bruniti e rossastri, strade non troppo ampie, aria pungente sul viso, seppure fosse giugno. tutto era al suo posto ed io con quel tutto.
cercavo virginia, la sua fragilità e la sua forza inconcepibile. cercavo i suoi capelli morbidi, lasciati piangere in cima alle sue spalle provate, i suoi abiti lunghi, i suoi salici al posto degli occhi e il suo spirito vivo invece del suo corpo quasi già morto, ancor prima di spegnersi. cercavo la sua grazia celata e la sua virilità incompresa, le sue mani piene di emozioni, dalle quali vomitava storie sue, storie mie, storie di tutti! un miracolo, cercavo il miracolo chiamato virginia - non si può amare solo un uomo nella vita, né una donna soltanto e dio solo sa quanto io l'amassi e l'ami ancora, donna divina!  

cercavo virginia e, in verità, cercavo me. me e le mie budella che spesso si aggomitolano e la mia ira furente dinanzi alle ingiustizie e il mio fervore a difesa delle idee e la mia bocca che cola bava ad ogni grido spazientito e il mio sguardo severo sempre così avaro di lacrime e la profonda incertezza della mia anima che vaga ogni notte per iperurani abitati da mostri senza occhi e il mio amore per la vita e per la relazioni che nutro dal profondo e da cui mi disseto e grazie alle quali costruisco ogni giorno frammenti di me con la speranza di comporre un giorno un tutt’uno del quale andare fiera e insomma... giravo per bloomsbury ed ero felice. 
una volta ho cercato virginia. l’ho cercata sotto al sole e sotto alle nuvole dell’ora di pranzo e, anche in assenza di virginia – che era proprio lì, lo so con certezza, pure se i miei occhi non riuscivano a definirla! – io ero con lei. giravo e respiravo, respiravo e giravo. ero con lei e, soprattutto, ero con me.
- bi
[paul delaroche, jeune martyre]
 
 

giovedì 5 marzo 2015

ricomincio a pettinarmi i capelli

ha gli occhi asimmetrici, scuri e con gli angoli un poco rivolti alla terra. questo pensai, mentre stringeva le mie mani alle sue. mi teneva inchiodata al suo sguardo e la leggerezza delle sue carezze sulle mie dita mi stava rassicurando.

era seduta sul divano rosso, appena un po’ girata verso di me, che mi ero accomodata sul bracciolo. il suo corpo era sempre così fragile e lo era anche in quel momento, sebbene fosse sostenuto dai cuscini. era una fragilità pronta a spezzarsi, la sua, e ogni volta al suo passaggio ero pronta a raccoglierla, se ce ne fosse stato bisogno.
ogni volta che la incontravo era diversa dalla volta precedente. una sera aveva i capelli all’altezza del mento, un po’ caotici ma composti. un’altra il berretto di lana, ficcato fino a serrarsi le orecchie. un’altra ancora era nascosta in un foulard di seta dai colori mischiati, a confondere le idee. e poi ancora con i capelli scuri a coprirle le guance, leggermente scavate sul volto.

- non ricordo quant’è che non ci vediamo e non ricordo se ho dato anche a te questa bella notizia...
il suo era un parlare calmo, rallentato, rassicurante. si stava prendendo le sue pause, non per dare enfasi a ciò che mi stesse raccontando con quella sua gioia sommessa, ma per prendere fiato, per ingoiare aria e risputare adagio parole. parlava e la sua bocca si apriva elegante, danzando poche sillabe alla volta e accennando sottili sorrisi.  

- la mia malattia è ferma, lo sai? non ricordo se già lo sapessi, ma ora l’ho detto anche a te.
rimasi senza parole. le parlai gocciolando dagli occhi e facendo scivolare le mie dita inumidite dal sudore tra le sue mani. gliele strinsi, avendo la cautela di non far scricchiolare le sue tenere ossa sotto la mia stretta di gioia. rimasi senza parole, mi uscì solo un esitante felice, sono così felice per te... ma il pianto trattenuto a forza mi otturò la gola.

si sciolse dalle mie mani e scoprì trionfante il capo: i suoi capelli stavano ricrescendo, più forti e tenaci di prima. più scuri. più vitali. più coraggiosi. più capelli.
- faccio così: mi godo giorno per giorno la mia vita piena di vita e ricomincio a pettinarmi i capelli.
 
bi
 
[series josephine cardin]
 

lunedì 2 febbraio 2015

tutto è come sembra


la luce si allunga e il buio le concede sempre più spazio nel tempo.
i nostri visi si fanno incatenare dal freddo di febbraio e la neve richiama i pensieri su di sé.
bianca.
reale.
sincera.
la vera rivelatrice del mondo e delle sue impronte certe.
tutto è come sembra.
mi rifugio nel tè bollente e sento il vuoto farsi largo dentro.
il peso delle distanze mi sfilaccia un po’ i vestiti e scioglie i miei liquidi.
i cardini sostengono porte massicce e queste trattengono calore.
mi rintano ogni giorno con il sole che scende e sparisce.
e svaniscono frammenti di quel che fummo – e non saremo più.
accendo una minuscola candela e le dico di scaldare l’olio al legno di rosa.
fu una lunga passeggiata nei vicoli, quella, mentre ci perdevamo sul pavimento bagnato delle sette.
lo spessore della sera ci incoraggiava a parlare delle nostre storie sconosciute.
e intanto i fiati dei gatti randagi ci spiavano.
tutto è come sembra, pensai.
questa timida nebbia.
il chiarore artefatto dei lampioni.
lo scricchiolio dei passi sui sampietrini.
insomma, il tutt’intorno.
lasciamo tutti delle impronte, affinché qualcuno le segua.
mi cola il naso alle volte.
tutta colpa dei profumi.
quelli di quando qualcuno ti stringe a sé.
poi, non appena si allontana, ti resta cucito addosso un aroma che non ti è mai appartenuto.
un vento che all'improvviso diventa tuo.
potenti, gli abbracci sono potenti persuasori.
stratificano memoria e setacciano i pensieri, sfusi in ordine sparso.
tutto è esattamente come sembra.
le storie d'amore finiscono di notte.
di giorno invece ci si specchia perbene dentro.

l’un l’altro.
la notte confonde, le ombre vincono sulla luce.
e manca la luna, quando di notte le storie finiscono.
quella luna che lecca le ferite inferte dalle parole.

non sono adeguata a mettere ordine.
io sparpaglio.
tutto è come sembra, sai?
è come fare un giro nel luogo in cui qualche pezzo di te è nato.
e trovare un meraviglioso lago al posto di un buco nero.

bi

[aron wiesenfeld]

mercoledì 21 gennaio 2015

la morte non è verbo essere


la morte non si vede: ha lo spazio prolungato di un’assenza che non smette mai più. la morte non è verbo essere, ma verbo avere. possiede di noi tutto ciò che ci manca e ci mancherà.

come quando morì suo padre, dopo pochi mesi distesi nel letto in una posizione eretta verso infinito. morto di che? di cancro all’esofago. un fuoco rovente di morte in pieno petto, che non era nulla di per sé, non aveva identità, ma si stava lentamente espandendo nello spazio del corpo di suo padre. lo stava possedendo.

il cancro non era verbo essere, era verbo avere. avere quel petto, nutrirsi delle ossa della gola e del tubo che fa parlare la bocca direttamente con lo stomaco. un tubo di perdita, quello, di futura mancanza.

ricorda poco di quella morte, era piccola e la tenevano lontana dallo spettacolo di quel corpo, che si stava pian piano consumando in se stesso. ha ricordi sbiaditi, dice, poche cose, e tutte legate alla bellezza di quell’uomo così poco vissuto. dei suoi capelli color notte, del suo portamento magro e svelto e a modo suo imponente e fiero, sicuro di sé e dello spazio calpestato, del suo viso rassicurante ed elegante, come pure i suoi abiti marroni talvolta spiegazzati.

poi il nulla. il vuoto. l’assenza. la mancanza. ecco cosa fa la morte: taglia e non ricuce.

cosa fu suo padre per lei? fu un’assenza il giorno della comunione, un fantasma silenzioso, un’ombra taciuta dietro al colonnato della chiesa. le sue orbite vuote la fissavano nel suo abito bianco e semplice, mentre ella sentiva un vuoto vacillante negli intestini.

fu un’assenza quando partì e si trasferì a roma per lavoro. salutò quella matrona di sua madre, seduta con rigore nella sua sedia di paglia. aveva le dita intrecciate le une alle altre e poggiate in grembo con rassegnazione. la salutò e la baciò sulle guance fino a sfinirla. erano doppi quei baci, anche per un lui che era solo spietata mancanza.

fu un’assenza il giorno del suo matrimonio, quando cercava di incastrarne il ricordo, sempre meno vivido, dentro quelle lacrime dimesse. di gioia, sì, per la felicità di una nuova vita, eppure di dolore. il dolore già noto, quello della mancanza.

fu un’assenza quando partorì la prima figlia, quando ne partorì un’altra, quando queste crebbero e chiesero di lui, quando tornarono migliaia di volte in quella casa, in cui l’assenza si respirava a pieni polmoni.

la morte non è, la morte ha la mancanza di chi vive voltandosi indietro e non trovandosi nessuno dietro alle spalle. la morte non è, la morte ha l’assenza di chi ci protegge dietro alle spalle, senza essere più riconosciuto.

la morte sottrae presenza e addiziona dolore, moltiplica mancanza e divide i corpi. la morte non è verbo essere, ma verbo avere.
 
- bi
 
[andrei tarkovsky, the mirror]
 

giovedì 15 gennaio 2015

libera



 
nacque libera
vestita d'emozione
gualcita dai ricordi
radici umettate e buie
testa dipinta da toni vivaci
lacrimosa e nostalgica
per l'esser nata così:
liberamente


- bi

[ph. abruzzo mio]

oggi radicamenti compie tre anni ed io avevo voglia di celebrarla in questo modo, perché probabilmente esisteva già - proprio così - ancor prima di presentarsi al mondo fuori.
auguri, piccola creatura vivente, piena di respiri e di sussulti.
 
 



mercoledì 24 dicembre 2014

presente


mi sono nutrita del ripieno gustoso di persone care, quest’anno. mi sono beata della loro presenza nella vita mia, mi sono guardata allo specchio coi loro occhi e mi sono vista bella e forte. le ringrazio, ad una ad una, offrendo loro il mio profilo stanco ma tenace.

ho collezionato parole e silenzi. parole che mi hanno dato luce, silenzi che mi hanno amato e avvolto nel loro abbraccio senza fine.

ho pianto una sola volta, sufficiente e copiosa. ho pregato e scritto desideri per tutti. ho visto arcobaleni con più di sette colori, sognato luoghi impervi e abitati da luci pastello. ho abbracciato vivi e morti e ho incontrato la piccola me, bianca e piena di larghi sorrisi.

mi sono emozionata, stancata, agitata, affannata, accudita, mai pentita, specchiata negli alberi. ho amato, litigato, urlato, sbattuto, essiccato, gioito, corso, preso, salito, bevuto, riso, sceso, costruito, lasciato, carezzato, baciato, inumidito, donato, scritto, pensato, sentito dolore, accolto, spinto, visto, ascoltato, toccato, annusato.

ho varcato soglie, messo radici, tolto peli nell’uovo, cancellato puntini sulle i, affrontato partenze e ritorni, assistito a nascite e morti, asciugato lacrime, augurato il bene, amato la solitudine, dato il benvenuto alla malinconia, fatto piccole magie, bevuto piogge, abbandonato vecchi assoluti.

ho dormito tra le lenzuola ricamate a mano da mia madre, mentre le sue dita adolescenti e precise mi hanno cullato per tutta la notte. mi sono chiusa a riccio per diventare castagna. ho seguito ogni giorno la luna e l’ho fatta mia.

ho operato sottrazioni e addizioni, ho comprato quaderni. sono andata in giro a spalancare finestre e a liberare insetti dall'agonia del loro bacio ipnotizzato sul vetro.

ho tirato via maschere, selezionato anime, sezionato le mie viscere. ho scritto meno, ho studiato poco, ho perdonato e ho dato spazio all’essere.

ho voluto scrivere oggi perché dicembre era vuoto e la colpa è ancora un sentimento che mi scortica la pelle.

ho scritto la parola presente per sedermici sopra, imparare di più e meglio e apparecchiare per due.

 
buona ri/nascita, buon natale del cuore.
bi


[ph. home]

lunedì 24 novembre 2014

diversamente est


sei andato a scuola e ti hanno detto 'siedi al tuo posto'
e già li hai smesso di credere che il tuo posto sia dappertutto”
(silvano agosti)

 


sono da frutto quegli alberi.
il mattino sorge sulla destra ventilata e fresca ed i fiori si muovono in ordine sparso sulla sinistra rumorosa e ingiallita, proprio lì dove il sole si cala di nascosto e dipinge di ocra rosato la vetta di fronte.
è l’est.
dove il buio regna sulle bocche piene di canti degli animali selvatici.  
ogni volta c'è un dove ad attendermi, sai?
che freme e vibra di sentimento e lo sento da qui.
allora io mi raccolgo tutta e mi preparo a spiccare il volo verso il mio levante interiore.
è che non ci vivo, purtroppo.
abito in un altrove diverso da est.
lì la durezza della montagna partorisce generosa creature divine, vestite di un rosa deciso ed orgoglioso, profumate di tempo e di un inverno selvaggio e bianco.
è un'orchidea montana, mi disse un giorno.
ed io la guardai senza fiato: non era alta neppure come un mignolo.
ogni angolo mette in mostra le rovine di eterne estati trapassate e le siepi di cipresso narrano le storie di eroine di tramonti randagi.
vivo la condanna di abitare l’ovest e di vedermi di fronte ogni sera la morte del sole, che mai trova consolazione.
ecco perché viaggio piena di panorami nelle tasche.
per infilarci le mani e diventare albero.
poi foresta.
poi collina.
poi vetta.
poi cieli liberati e dirupi pieni d'aria.
per buttare gli occhi nelle finestre semichiuse e guardarmi ogni tanto in fondo alle budella.
il mondo non è lineare, ma è pieno di circolarità e lì ce l’hai nelle vene.
l’est è quello delle nascite e degli inizi.
è il mio naufragio.
la mia terra di mezzo.
l’aria che mi sospende e mi concede il volo.
la libertà del mio corpo di respirare.
la libertà dell’anima mia di sentirsi a casa con la porta aperta.
 
bi

[hiroshige utagawa]
 
 
 

mercoledì 12 novembre 2014

come fanno ad amarla

come fanno ad amarla se lei non si ama? li vede i suoi occhi ripiegati all’ingiù? ecco, sono il segnale che lei si rivolge fuori se stessa e mai dentro. mai dentro.

si è sposata per felicitare gli altri, fosse stato per lei neanche si sarebbe inchiodata a quel modo. basta condividere una casa e le notti insieme, in fondo, cos’altro? di chi sono tutti quei festeggiamenti in grande, mentre era prigioniera di quella veste innaturale color latte? di chi? non i suoi, non di certo.

è alta e sembra allungarsi sempre di più. dove vorrebbe andare? sulle nuvole, lassù, dove i ruoli spariscono e le donne possono decidere per sé, possono piacersi per il culo grosso che hanno e per i fianchi diluiti nello spazio, possono dire del loro mestruo e possono annaffiarci i loro fiori, diluendolo con abbondante acqua. per cosa? per sentirsi terreno e radici insieme. terra e radici. ma devi andare sulle nubi per farlo, capito? lì in cima.

ora è madre. non può più dirsi figlia, a suo avviso, ed è per questo che le duole la schiena. pare che si carichi addosso tutte le responsabilità del mondo, ora che è madre. perché è madre, solo per quello. da figlia avrebbe solo un po’ di mal di collo e via.
 
suo figlio le sta incollato alla gamba destra e non la lascia camminare. le tira la gonna e gliela gira attorno alla coscia, mentre lei gli dispensa parole dolci con una voce bassa eppure isterica. dice che è felice d’essere madre, dice che fosse ora che lo diventasse, che poi sarebbero giunti i quaranta e tutto sarebbe stato più difficile. ma difficile per chi? non capivo. difficile, dopo che ti sposi che fai? figli, fai figli. cioè uno. gliene basta uno, uno e sta. due manco per sogno. anche se, in verità, non ha mai sognato nemmeno il primo.

si comporta come un’inetta. un’incapace. un’ingenua. una che non sa provvedere a sé, figuriamoci agli altri. che non dispensa consigli, ma ne beve a iosa ogni giorno, per sfamare la sua inadeguatezza. legge libri conosciuti, non s’avventura. ascolta musica pop, non s’avventura. alza poco la voce, non s’avventura. poco le interessa viaggiare, non s’avventura.

l’avventura ha in sé i semi delle possibilità e lei non ne vuole. nessuna possibilità, nessun cambiamento, nessuna crescita: solo lo status quo, quello che altri hanno scelto per lei. e lei vi si crogiola, come si fa sotto un piumone caldo e soffice nelle giornate più fredde.

non esce dal suo guscio sicuro, da quella melma che s’è costruita nel tempo per piacere a chi vuole guardare solo un guscio, senza osare a spingersi oltre. più sotto, più dentro, oltre la soglia della sua pelle abbronzata. si separa dal mondo fuori così: col suo trucco sofisticato e mai sciolto, piangendo in solitudine, per non sentirsi scoperta e fragile.

come fanno ad amarla, se lei non s’ama? come fanno? ad amarla? se lei non lo sa fare? lo fanno come fa lei, con un bel guscio da truccare, vestire, far parlare poco e bene e con i sentimenti serrati nel cassetto e al sicuro dalla vita.
 
bi
 
[steven daluz]
 
 
“l’anima lunare è in sintonia con la morte. essa non la sfugge, ma la accoglie come metafora dello scorrere, dello sprofondare, del trasformarsi, immaginare, interiorizzare, ricominciare.”